Esercizi di ipercittadinanza

di Rossella Ferorelli, PhD, Architetta, Scrittice

Quando una nuova condizione ambientale, un inedito fenomeno sociale o un evento di portata capitale ci si presentano di fronte, abbiamo al contempo l’irripetibile privilegio di osservare la storia nel suo farsi e il dovere morale di farlo con estrema attenzione, per tentare (almeno) di comprendere i pericoli nascosti nella sottovalutazione delle conseguenze delle azioni che questi eventi ci portano a compiere in emergenza, così come le preziosissime occasioni che l’accelerazione dei processi evolutivi ci presenta, a volte in modi che le rendono tutt’altro che semplici da intuire e cogliere per tempo.

Prestare questo genere di attenzione può portare a riconoscere nella realtà delle strutture, dei pattern ricorrenti, che aiutano, scegliendo le semplificazioni opportune, a individuare le specificità dei fenomeni osservati, distinguendole nel nebuloso caos della complessità.

In questo caso, a me è capitato che un pattern mi si sia presentato di fronte assai chiaramente nella forma di una serie molto netta di dicotomie, opposizioni frontali, dualismi. All’apparenza, questa forma di interpretazione potrebbe sembrare ottusa, eccessivamente semplicistica o, in ogni caso, portare a contrapposizioni irrisolvibili. Penso tuttavia che, al contrario, ogni volta che si osserva una dicotomia si tratti in realtà di un momento in cui l’esistenza di un confine a lungo celato viene rivelata, e in questi momenti tutti possono imparare qualcosa. È una posizione di grande vantaggio, nella quale un fenomeno può improvvisamente essere osservato da due punti di vista complementari, senza che si debba necessariamente parteggiare per uno: una condizione favorevolissima alla scoperta e alla crescita filosofica di una comunità.

E dunque ciò che mi sembra si possa dire di questa emergenza pandemica è che ha accelerato e polarizzato una serie di processi culturali in parte già in atto, attraversando naturalmente un picco esponenziale durante il primo lockdown generale (un picco così traumatico e breve che a molti, fino a poco tempo fa, sembrava già quasi di averlo rimosso, come gradualmente si dissolve il ricordo di un incubo surreale poco dopo il risveglio. Ma la realtà è rimasta lì sotto la cenere tutta l’estate, e oggi ci ritroviamo nuovamente nell’angoscia, meno increduli ma pieni di una nuova forma di paura, più rassegnata e livorosa). E in questo stato di cose, vecchie e nuove antinomie sono tornate a sembrarci rilevanti, tutt’altro che pacificate. Cultura contro Natura. Casa contro Città. Lavoro contro Vita. Tempo contro Spazio. Pubblico contro Privato. Individuo contro Società. Giovani contro Anziani. Uomini contro Donne.

Per lo più, di questi fronti di opposizione, questi confini ora disvelati sono facce diverse di un medesimo conflitto che – senz’altro per deformazione professionale – mi pare abbia trovato il suo primo campo di espressione in una esplosiva, talvolta rabbiosa rinegoziazione tra i domini della sfera pubblica e di quella privata, e quindi della vita e dello spazio che la vita abita. Queste due dimensioni hanno preso quindi a scambiarsi i ruoli in modo talvolta nuovo e anomalo e per questo di estremo interesse. Dunque, se le categorie classicamente associate alla vita pubblica erano quella del palese, dell’esplicito, dell’estroverso, dell’urlato, del preteso e quelle della vita privata quella del sottinteso, dell’implicito, dell’introverso, del sussurrato, del difeso, oggi che lo spazio pubblico è diventato – su molti livelli – il dominio del vietato, ecco che gli spazi negletti, con le potenzialità dell’implicito, si accendono di necessità.

Ed è in questo stato eccezionale di cose che in genere avvengono i miracoli.

In questa ossimorica primavera, abbiamo già assistito ad alcune piccole magie. Riappropriazioni e invenzioni spaziali, reinterpretazioni urbane, cooperazioni culturali, riscoperte sociali, indagini performative e ricerche estetiche, puri tentativi, esplorazioni mentali individuali e collettive. Una collezione corposissima – ancora tutta da capire e, forse, sistematizzare – di esperimenti pratici che mai come prima d’ora si stanno avvicinando alla teoria (alla filosofia sociale, agli studi urbani, alla psicologia delle masse, e via dicendo), ancora una volta con un duale, reciproco gioco di sguardi con la ricerca “alta” che tuttavia è tutto fuorché oppositivo. Al contrario, un matrimonio di pratiche spontanee e agire filosofico che si preannuncia un autentico tesoro, in grado, se ne facciamo buon uso, di lasciarci in eredità una esperienza ermeneutica diffusa che avrà trasformato, almeno per un po’, ogni abitante in un ipercittadino, capace e desideroso di livelli più profondi di consapevolezza in merito al senso dell’abitare e del partecipare a un’avventura di vita comune. Un fenomeno inedito, particolarmente nell’Europa mediterranea, meridionale e levantina nella quale isolarsi dal tutto è sempre stata una dolorosa necessità di sopravvivenza. Per la prima volta, probabilmente da secoli, l’effetto sulla collettività di ogni azione individuale è diventato qualcosa di immediatamente tangibile e comprensibile a chiunque, tanto nella sua gravità quanto nella sua potenza generativa. È, per ora, solamente una traccia.

Ma che si tratti di un ingrediente, se non ancora sufficiente, se non altro almeno sicuramente necessario alla salvezza della specie, è fuori di dubbio. E fuori da questo dubbio c’è uno splendido sole.

 Ferorelli_immagine.jpgSpazi Privati e Pubbliche Virtù. Architetti a sostegno dei lavoratori dello spettacolo. Bari, luglio 2020

Il testo è parte della ricerca realizzata dal team di Open Design School per la redazione del manuale ''So far, so close. Pratiche di vicinanza infra-pandemiche'', realizzato in occasione del Festival ''So far, so close. Esercizi di vicinanza'' della Fondazione Matera-Basilicata 2019.

Essere e virus

Essere e virus

I dati e l’umanesimo digitale 
ai tempi del Coronavirus

I dati e l’umanesimo digitale 
ai tempi del Coronavirus