Don’t let me down. Nuove scenografie per rituali collettivi - Post Disaster Volley Team

Team curatoriale del progetto Post Disaster Rooftops link

Le misure per contenere il contagio da Covid-19 hanno rovesciato gli usi codificati dello spazio pubblico. Le strade e le piazze si sono svuotate mentre i tetti, al contrario, sono diventati luoghi simbolici, piattaforme della vita extra-domestica dove rimodulare la propria routine quotidiana, le relazioni, gli scambi, i rituali del tempo libero.

I tetti sono sempre stati luoghi estremi — dalle forme più esclusive di rito mondano a pratiche clandestine legate ad esistenze precarie. Spazi di fuga, immuni alle logiche normative della città iper-disegnata. Sono difficili da disciplinare poiché ambiguamente sospesi tra il pubblico e il privato. 

Eppure, legittimato dall’attuale stato di eccezione, il controllo normativo è arrivato anche sui tetti, guidato da droni ed elicotteri e seguito da una serie di azioni repressive.

Gli episodi raccontati dalla cronaca durante il primo lockdown portavano alla memoria l’ormai leggendario concerto dei Beatles, improvvisato sul tetto degli Apple Studios nel 1969. L’intervento disciplinare delle forze dell’ordine, infatti, aveva bruscamente interrotto la performance della band che suonava davanti (sopra) a pochi passanti increduli. “You’ve been playing on the roofs again, and you know your Momma doesn’t like it; she’s going to have you arrested!”. Sono le parole improvvisate in quella situazione da Paul McCartney per reinterpretare il testo della celebre “Get Back”.

Il tetto diventa uno stage ribaltato, dove il performer è osservatore critico di un pubblico spesso inconsapevole, troppo indaffarato ad assecondare i bioritmi di una routine urbana, codificata e sistematica, che trova nella normalizzazione dello spazio pubblico (piazze riqualificate, strade pedonalizzate…) la sua scorrevole infrastruttura.

Nel 1971 la performer e coreografa Trisha Brown propone la prima versione di Roof Piece a New York, una performance che utilizza l’infrastruttura urbana esistente operando un cambio di senso dell’architettura. In Roof Piece i performer sono sparsi sui tetti di Soho, distanziati ma in contatto visivo, e in successione ripetono i movimenti appresi dal ballerino che li precede nella sequenza. L’esercizio proposto da Brown è in sostanza una rivisitazione su scala urbana del gioco del “telefono senza fili”, dove il contatto intimo tra i corpi è sostituito da un gioco di sguardi e distanza. I tetti diventano spazi potenziali, aperti alle possibilità performative dell’architettura. Dispositivi per esplorare nuovi modi di interazione tra i corpi e lo spazio.

Secondo la teorica politica Chantal Mouffe, il ruolo critico dell’arte pubblica dovrebbe essere quello di “rendere visibile ciò che il consenso dominante tende a oscurare e a nascondere.”

Ne è un esempio virtuoso l’opera di Suzanne Lacy, un’artista ed educatrice la cui pratica cerca di far emergere i conflitti tra i gruppi sociali e rivelare le strutture di potere esistenti. Nella sua performance “The Roof Is On Fire” (1994) ha trasformato temporaneamente il tetto di un garage multipiano di Oakland in un campo d’azione in cui le logiche gerarchiche che dominano le relazioni tra le classi sociali sono state temporaneamente sospese e rovesciate. Lacy ha invitato 220 studenti liceali prevalentemente afro-americani e di estrazione popolare, a discutere di temi sociali mentre sedevano su auto parcheggiate sul tetto. Questi erano circondati da un pubblico di circa 1000 persone, bianche ed esponenti della classe media, le quali erano obbligate al silenzio e all’ascolto passivo.

Queste sono alcune delle pratiche spaziali sulla cui osservazione abbiamo impostato l’esperienza di Post Disaster, che intendiamo come un esercizio collettivo di reinterpretazione del paesaggio urbano. Abbiamo scelto di abitare i tetti perché sono luoghi liberi dalle principali forme egemoniche di organizzazione dei flussi e capitale, e che sfuggono a gran parte delle definizioni normative dello spazio.

Da un punto di vista etimologico, il disastro è il disallineamento dagli astri, ovvero dalla rotta favorevole: un cambio di direzione unito ad un’assenza di controllo. Così come nel caso della pandemia globale che stiamo vivendo, i disastri sono fattori temporanei. Eventi di transizione che, per quanto drammatici, svelano la possibilità di immaginare scenari alternativi e ideali. 

Il nostro invito è quindi quello di occupare, temporaneamente, luoghi indeterminati e marginali introducendo sempre nuovi modi di interazione tra i corpi e gli spazi della città.

La crisi è un’occasione per innescare cambi di paradigma — o quantomeno esitazioni — rispetto alla comprensione delle infrastrutture tecnologiche, politiche e economiche dentro cui viviamo, allo scopo di re-immaginare le strutture spaziali che modellano i nostri rituali individuali e collettivi.

“If you see another future — fine! Form a small group, and shape your own future. Either that, or start a volleyball team” (Experimental Jetset)

Il testo presentato è un estratto del manuale ''So far, so close. Pratiche di vicinanza infra-pandemiche'', redatto in occasione del Festival So far, so close dal team di Open Design School.

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