Un'altra città è possibile - Enorme Studio

Un'altra città è possibile

Parte 1 - Enorme Studio

 

Così come spesso succede con progetti che direttamente o indirettamente vanno ad influire sullo spazio urbano, anche quello di Matera 2019 può essere visto e usato come scusa per creare un’altra città, per influire sulle sue dinamiche e per crearne di nuove.

È su questo principio che si basa il lavoro di Enorme studio, che cerca di comprendere e migliorare le dinamiche cittadine a partire da interventi nello spazio pubblico.

Ma “altra città” cosa significa? Partiamo da un presupposto: in quanti, parlando di arredo urbano, penseranno all’anziano seduto sulla panchina o al bambino che gioca sullo scivolo? Significa che spesso non si fa niente nello spazio urbano perché non vi sono gli elementi urbani per fare qualcosa o, semplicemente, perché ne abbiamo un immaginario talmente forte e radicato dentro di noi che non riusciamo ad andare oltre l’uso che ci è stato insegnato. Bisogna quindi, più che lavorare sugli elementi, lavorare sull’idea che di essi gli abitanti ne hanno e portarla poi all’interno dello spazio urbano al fine di migliorarne le dinamiche di utilizzo.

Nasce così il progetto Picnictopia, pensato per un concorso per il Maxxi e poi realizzato in scala più ridotta a Rennes, in cui oltre 200 tavoli da picnic diventano il modulo base per realizzare una fontana, un piccolo teatro, delle zone di relazione che cercano di sovvertirne l’uso consueto.

Quando questo cambiamento avviene e la gente inizia a fruire dello spazio urbano, la si può considerare una piccola conquista che avvalora il lavoro fatto.

È nella ricerca di questo cambiamento che si inquadra tutto il lavoro dello studio (si guardino, ad esempio, i progetti Kurul, Schlickeysen - Bovedilla Series e  Lacktopia, in cui pignatte montate su telai metallici o semplici tavolini Ikea vengono riassemblati per creare nuovi elementi). Ma essendo poi la misura del funzionamento del progetto nella reazione dell’utenza, l’approccio è fatto di tentativi che cerchino di capire, anche attraverso errori, quei meccanismi che è possibile poco a poco comprendere ma non governare.  

Nel progetto Hypertube, per esempio, il tentativo di creare un nuovo elemento urbano attraverso l’uso di tubi di cemento che servisse per esercizi ginnici o, perché no, come spazio per il primo rapporto sessuale, si è trasformato in un fallimento data la presenza nel quartiere di senzatetto che ne hanno fatto il proprio rifugio. Allo stesso modo, la possibilità di creare un arredo riconfigurabile come in Transformer-bench si è scontrata con la non immediatezza e la difficoltà di riassemblamento che non l’hanno mai vista essere utilizzata per quello che è il suo potenziale. Cosa invece avvenuta con le panchine girevoli di Jeanne d’arc on wheels che, nonostante si siano dovute parzialmente riadattare a causa di atti vandalici, hanno avuto una buona risposta sul pubblico grazie alla loro facilità di utilizzo ma anche al loro aspetto che ne dichiarava apertamente il possibile uso senza la necessità di un manuale di istruzioni.

Un altro fattore che non sempre si tiene in considerazione e che ha causato un altro parziale fallimento come in Le Jardin tropical, è la gestione dello spazio; la mancanza, infatti, di un ente che se ne occupasse ha fatto sì che, soprattutto la struttura a teatro, non venisse utilizzata per eventi a causa della mancanza di un deposito o di un piano di gestione per le attrezzature necessarie al suo utilizzo e che per ovvi motivi non possono essere lasciate nello spazio urbano, con il risultato che l’unica struttura che viene utilizzata è quella che permette la ricarica dei cellulari. Questo è un elemento molto importante da tenere in considerazione poiché un progetto non si esaurisce mai con la sua realizzazione, ma va pensato anche riguardo al suo intero arco di vita.

Un altro dei problemi riscontrati solitamente nella progettazione urbana è quello di progettare gradinate non munite, però, di uno scenario, con il risultato di creare spazi non vissuti che nel tempo vengono convertiti, quindi, in parcheggi.

È nel tentativo di risolvere questo problema che si indirizza la strategia di Montain on the moon, realizzato per MINI e che prevede la realizzazione di elementi mobili in grado di muoversi nello spazio della piazza. Ad essi sono associati funzioni come la ricarica del telefono, gradinate e piccoli elementi di verde urbano.

La ricerca di questo “happening” nello spazio urbano si è poi trasformato in un tentativo di rendere lo spazio cittadino un hub creativo capace di avviare una rete di interazione e scambio, associando ai suddetti elementi una piccola warehouse per workshop e per lavorare insieme.

Questa “creatività mobile” la ritroviamo anche nel progetto Education hub per Manifesta 12, in cui la mobilità non è ridotta allo spazio di una piazza ma all’ambito cittadino tramite la riconversione di un vecchio bus che diventa un hub itinerante.

Esempi di buone pratiche da cui prendere esempio si riscontrano nei progetti Urban Spa e Las Tres Marias. Nel primo esempio la riconversione di una fontana in disuso in una piccola piscina pubblica è stata “adottata” dai cittadini, tanto che non è stata accettata la sua temporaneità e si è creato un movimento spontaneo tra comunità, comune e università per creare qualcosa di simile; vuol dire che lo sguardo della popolazione nei riguardi di quel luogo è cambiato e, con esso, le necessità che ne derivano.

Questo effetto è ancora più accentuato nel secondo esempio, realizzato assieme alla comunità di Pinto Salinas, un quartiere ad alto tasso di criminalità in Venezuela. Qui, oltre ad essere cambiata la visione che la gente ha di quello spazio, c’è stato un forte coinvolgimento anche nel processo, tanto che ora non solo è diminuito il tasso di criminalità in quello spazio ma la comunità se ne prende cura ed ha iniziato ad utilizzare le parti avanzate dalla costruzione per soddisfare altre loro necessità, ad esempio attraverso la creazione di un piccolo campo da basket.

Questo è segno che spesso l’impatto di un progetto pubblico sulla quotidianità può essere molto forte anche come mezzo per risolvere gravi problemi sociali. Compito dell’architetto non è quindi quello di realizzare progetti autoreferenziali, ma cercare di creare quel immaginario in grado di sovvertire la visione della comunità nei confronti dello spazio che abita.

 

 

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