Studio Formafantasma - Tre domande ad Andrea Trimarchi e Simone Farresin

Studio Formafantasma

Tre domande ad Andrea Trimarchi e Simone Farresin

Durante la Milano Design Week abbiamo incontrato Simone Farresin ed Andrea Trimarchi ovvero Studio Formafantasma, un duo di designers italiani con base ad Amsterdam. Con loro abbiamo parlato di didattica e dell’esperienza presso il MADE Program a Siracusa.

Parliamo di education, didattica, qual’è la vostra idea di lifelong learning, di didattica informale?

(Simone Farresin - SF) Ti rispondo in modo molto vicino a quello che facciamo noi, credo che la nostra professione di designer sia lo strumento migliore per un apprendimento continuo. Il designer secondo me, molto più che in altre discipline, è un eterno amateur, perché è portato a riflettere continuamente sul proprio lavoro per la diversa natura dei progetti che affronta. Quando il lavoro non è alienante, non è labour ma richiede skills, è lì che si impara, che si sviluppa la capacità di pensiero critico con cui leggere e affrontare la complessità del progetto. La dignità vera del lavoro comporta un continuo apprendimento.


(Andrea Trimarchi - AT) Penso che il design sia una delle discipline dove si ha un bisogno costante di imparare; nella nostra pratica a volte vengono richieste delle competenze che non abbiamo e che in ogni caso dobbiamo acquisire, in verità non finiamo mai di imparare!

Ci raccontate della vostra esperienza presso il MADE Program a Siracusa, di cui siete direttori del dipartimento di design, e della relazione con il contesto in cui si trova?

AT - La scuola è appena nata e abbiamo grandi ambizioni a riguardo, il che implica creare il retroterra e lavorare sul contesto, in modo che l'offerta formativa attiri soprattutto gli studenti locali e quelle - purtroppo poche- le aziende - del territorio. Al programma estivo [ndr Summer School Made Labs] che era in inglese, sono venute persone da tutto il mondo ma nessun siciliano, ma va bene così. In quel caso per noi è stato importante connetterci con gli artigiani locali per far capire quali potenzialità ha quel territorio.


SF - A livello educativo avevamo un certo tipo di ambizioni, ma cominciando a lavorare nel contesto, abbiamo capito che dovevamo mettere da parte le nostre ambizioni e soprattutto il nostro ego per concentrarci su quello che serviva a quel territorio.

Per esempio, se avessimo avuto un master sarebbe stato tutto più facile, in quanto avendo uno studio di livello internazionale, avremmo potuto raccogliere persone dall'estero. Invece adesso è un bachelor (laurea triennale) riconosciuto in una tradizionale scuola italiana, che è molto più difficile far germogliare nella direzione in cui vorremmo perché ha le limitazioni tipiche della struttura burocratica universitaria. Allo stesso modo questa condizione ci agevola nel dialogare col tessuto locale, con i ragazzi che non riescono per una questione economica a spostarsi dalla Sicilia. Credo che sia importante avere un piano a lungo termine e uno a breve, capire i limiti e le possibilità del luogo e lasciare che le cose si sviluppino secondo la loro la natura in un determinato contesto.

AT - Per me, essendo anche siciliano, il più grande risultato sarebbe creare una generazione di designer che, magari proseguano gli studi altrove ma con la voglia poi di tornare; purtroppo questo comporta anche "sporcarsi le mani" con la politica e la burocrazia locali, ma bisogna farlo.

Anche se siete designer di prodotto, avete mai lavorato sullo spazio pubblico? Qual è la vostra idea di spazio pubblico?

SF - Non abbiamo mai lavorato sullo spazio pubblico, però a mio avviso gli spazi pubblici funzionano quando, anche a livello dimensionale, c'è un'ottima proporzione tra spazio pubblico e architettura in modo da creare un corretto livello d’intimità. L'esempio perfetto per noi probabilmente è il quartiere Garbatella a Roma, che ha tutta una serie di strategie di disegno dell'architettura e degli spazi pubblici, che permettono la giusta intimità per l'interazione delle persone.

 


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