I paesaggi immateriali di Antonio Ottomanelli

I paesaggi immateriali di Antonio Ottomanelli

 

L’Open Talk di Antonio Ottomanelli, ospitato dall’Open Design School, incomincia con una citazione di Gabriele Basilico, padre nobile della fotografia di architettura italiana, e si conclude con una dichiarazione su quali siano le origini del suo modo di interpretare la fotografia: Luigi Ghirri, Guido Guidi, autori di una fotografia che apparentemente esclude l’uomo singolare dall’obiettivo per privilegiare lo studio del territorio e la sua misura.

Tutto quello che c’è stato in mezzo può esser sembrato uno stravolgere l’idea comune di fotografia, in un’opera di destrutturazione del senso della stessa, che può spiazzare i più ma che invita ad un percorso di riflessione concettuale sul potere multiforme dell’immagine. La fotografia allora può essere diverse cose, mai una sola. Uno strumento ad esempio, non l’unico e forse neanche il più importante, con cui indagare il territorio, non tanto in termini di paesaggio o di paesaggio urbano, ma come indicatore di dinamiche sociali e di forze geopolitiche.

Baghdad 2011

L’ultima mappa della città risale al 2003, una mappa ad una scala troppo grande realizzata dall’ U.S Army per scopi militari e strategici. Mapping Identity è un tentativo di ridefinizione di una mappa che abbia una scala umana e che sia realizzata a partire dai ricordi. E’ questo che la configura come una mappa dell’identità, una mappa dello spazio inteso come un concetto derivante dal movimento e dalla memoria.

I ricordi sono quelli di ragazzi comuni, in questo caso studenti della University of Baghdad - Fine Arts Faculty, che nel corso di un workshop sono ripresi durante la doppia operazione di racconto verbale e di disegno dei percorsi possibili per loro, mescolando i ricordi precedenti alla guerra con un presente in cui la libertà di movimento non è una possibilità e il controllo di una forza pubblica è il confine entro cui potersi muovere. Il risultato è una serie di mappe parziali, un percorso di ricostruzione topografica, in cui l’esperienza diretta e quotidiana si innesta sul corpo astratto della mappa prebellica, dando vita ad autentiche istantanee dell’ordinario e dell’invisibile.

In connessione con un movimento di architetti, urbanisti, artisti che in quegli anni a Baghdad discuteva di libertà di spostamento all’interno della città, di rimozione dei controlli di sicurezza, la fotografia, il video, sono un invito all’azione, un Visual Activism, in grado di essere un tassello di un processo sociale più ampio.

 

Kabul 2010

I Big Eye, dirigibili americani, sorvegliano con i loro sensori elettronici quasi tutte le città afghane. Attraverso una serie di immagini Ottomanelli osserva l’osservatore, investiga l’investigatore mentre percorre la città. Uno sguardo rovesciato in cui avviene una momentanea inversione dei ruoli attraverso cui indagare il rapporto che si instaura fra il desiderio di emancipazione del popolo afgano e le strategie di controllo mascherate col pretesto della sicurezza pubblica. I grandi dispositivi bianchi, con la loro eclatante visibilità, sorvolano i territori afgani giorno e notte, anche quando le telecamere non sono attive. Simboli della supremazia dell’Occidente che ricordano incessantemente alle popolazioni locali che non possono ancora essere libere.

Se Luigi Ghirri avesse vissuto un anno a Kabul i suoi cieli avrebbero mostrato un punto bianco in mezzo all’Infinito.

Europa 2017

Anis Amri, autore dell’attentato di Berlino del 19 dicembre 2016 commesso alla guida di un autoarticolato, viene ucciso dalla polizia in Italia tre giorni dopo.

Ottomanelli affronta questo caso in un lavoro chiamato Santuario Europa. Il termine Santuario è utilizzato per indicare luoghi di culto di altissimo valore simbolico a livello religioso, politico, di cultura popolare. In un’accezione più recente è il luogo in cui chi sfugge alla giustizia per reati o motivi politici può trovare rifugio sicuro e inaccessibile, o ancora, un paese straniero che offre rifugio a chi compie azioni di guerriglia o terroristiche. Il progetto Santuario Europa è una architettura di opere video e fotografiche da realizzare site specific.

Si compone di 3 opere. La prima consiste in una serie di grandi immagini realizzate attraverso la tecnologia LIDAR (Laser Imaging Detection and Ranging) che riprendono il paesaggio, dal Piemonte alla Germania, attraverso questo sistema di rilevamento utilizzato dagli automezzi, l’ ”arma” utilizzata da Anis Amri per l’attentato.

La seconda consiste in una serie di brevi video prodotti applicando processi di data mining relativi all’activity recognition sul luogo dell’attentato a partire da estratti delle registrazioni delle telecamere presenti nell’area dell’attentato e di registrazioni private diffuse sul web: ci si interroga sulla interpretazione degli accadimenti da parte delle macchine.

La terza consiste in una serie di 14 porzioni di asfalto, corrispondenti al numero delle vittime più l’attentatore stesso, di dimensioni variabili in funzione della rappresentazione dei dati relativi agli attacchi terroristici in Europa, suddivisi per matrice e luogo.

Il dibattito che tutti i lavori fotografici di Ottomanelli esprimono è un dibattito politico, che indaga un paesaggio umano alternativo (immateriale), che apparentemente esclude l’umanità ma che in realtà ne sublima la presenza attraverso le espressioni di attivismo, di politica, di società, di cui la mancanza di coscienza storica e di consapevolezza politica sono la negazione. Tali progetti riflettono sul concetto di identità, intesa come la conoscenza delle forze economiche e politiche che determinano una particolare condizione sociale del singolo individuo in relazione alla comunità. Questo grado di conoscenza è strettamente legato ad esempio al rapporto tra le strategie di controllo per la sicurezza pubblica e le spinte individuali e autonome per la ricerca di gradi sempre più alti di libertà ed emancipazione.

Lo spazio pubblico è il luogo di questo conflitto.

Ma lo spazio pubblico in senso lato è anche il luogo di un conflitto più ampio, quello tra paesaggio materiale e paesaggio digitale o immateriale, in termini culturali, politici, economici e sociali. Il cambiamento tecnologico negli ultimi 20 anni ha permesso di individuare nuove frontiere di definizione del reale, ciò porta a nuovi paesaggi nella vita quotidiana posti ad una distanza più o meno ampia dal reale così come lo conosciamo.

Esiste allora un bisogno di ritorno al reale? Sorgono traiettorie teoriche e operative in grado di analizzare e sintetizzare tali elementi? Quali storie, forme ed eventi sono ora definite come "paesaggio"? In questa versione completamente nuova di ciò che viviamo, quale deve essere il ruolo delle arti visive? Quali sono le sue responsabilità politiche? Come può essere determinato il suo valore? Quali approcci adottati e quali sono le reciprocità disciplinari? L'architettura, il design e le arti visive hanno sviluppato pratiche e dispositivi per indagare e progettare questa nuova realtà digitale in rapporto con una comunità reale? Sono queste le domande che si pone Antonio Ottomanelli e dunque il significato del suo fare fotografia.

 


 Leggi qui la biografia di Antonio Ottomanelli

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