Radical Design - Dall'Open Talk con Franco Raggi

Radical Design

Dall'Open Talk con Franco Raggi

 

Un'idea antiautoriale, un’impostazione orizzontale, la consapevole scelta dell' autocostruzione sono le prerogative dell'esperienza Global Tools che ritroviamo nei principi fondanti dell' Open Design School. Eppure, dalla lucida analisi di Franco Raggi, emerge tutta la consapevolezza di chi, all'epoca, non avrebbe mai immaginato di aver un seguito ed essere d'ispirazione per qualcuno. "Non si sapeva esattamente cosa stesse succedendo, stiamo ancora cercando di capirlo. Ognuno di noi ha fatto delle valutazioni successive." Raggi continua ad interrogarsi, ed ad interrogare il suo pubblico, su quale possa essere, oggi, il fascino di un approccio così utopico, non convenzionale, eccentrico e, a tratti imprevedibile, di una scuola "non scuola" che, materialmente ha prodotto ben poco, ma che ha contribuito ad alimentare tensioni, discussioni e riflessioni. La chiave di lettura, spiega Raggi, è nell' approccio antiautoriale, nella possibilità di esprimere la propria individuale creatività all'interno di un progetto collettivo che condivide un tema e delle idee comuni.

Alla base c'era una visione di progetto più che un'organizzazione strutturata; più che una scuola, un sistema di laboratori che miravano all'autarchia attraverso l'autocostruzione sostenendo l'individualità e la creatività dei singoli componenti che crescevano nel solco di un progetto comune. La portata di un esperienza tanto radicale si può cogliere solo alla luce del generale contesto storico di quegli anni: la crisi petrolifera del '73, sottolineando la fragilità del sistema capitalistico occidentale, aveva smantellato certezze consolidate sollevando delle riflessioni che emersero violentemente nell'architettura e nel design. Non c'era più spazio per gli stilemi dell' International Style e le forme banali del modernismo: la vitalità si esprimeva nel Pensiero Negativo, nella opposizione al rapporto tradizionale fra arte e società, nel desiderio di mettere insieme l'architettura con i modi imprevedibili dell'arte.

Una delle forme più chiare di comportamento radicale in architettura è stata quella di non costruire: non esiste nessun progetto realizzato, soltanto VISIONI, seppur ben definite, nella loro lucidità tecnica e teorica. Gli architetti lavorano sull' AZZERAMENTO DEL LINGUAGGIO ridefinendo il rapporto fra il corpo, l'oggetto e la città. Si arriva ad eliminare ogni mediazione, azzerando l'opera d'arte: il corpo, analizzato, indagato e completato con protesi ed estensioni, diventa strumento di espressione, forma di linguaggio, misura per definire ed organizzare lo spazio. Con Charles Simonds, Dennis Oppenheim e Frantisek Lesak, il l corpo, liberato da ogni condizionamento, nudo, è pensato come oggetto rituale, come supporto sul quale lavorare. La sperimentazione sul corpo passa attraverso protesi ed estensioni concepite come metafore dell' alienazione  (Walter Pichler, Hans Rucker-Co) o strumenti per performance figurative e comportamentali (Rebecca Horn).

Dal corpo l'attenzione si sposta sull'oggetto reinterpretandolo e ridefinendo il rapporto tradizionale fra forma e funzione. Così la sedia, ancora riconoscibile nella sua forma archetipica, viene modificata perdendo la sua funzionalità e trasformandosi da oggetto in opera d'arte. Attorno all'archetipo della sedia ruota una vasta casistica di reinterpretazioni: dalla inusabilità proposta da Joseph Beuys e Jorge Mayr, al significato ancestrale che ritroviamo, seppure in modo diverso, nelle opere di Wolfgang Ernst , Riccardo Dalisi, Alessandro Mendini e Raimund Abraham.

Anche lo spazio trova una nuova definizione nell'interazione con il corpo e la sua gestualità acquistando una sacralità che nasce dalla consapevolezza che è il corpo a dare forma allo spazio e non viceversa: la forma si svincola dalla regolarità ed ortogonalità e diventa organica non per un preconcetto linguistico ma perché legata al movimento del corpo nello spazio. Lo spazio assume una geometria antirazionale con Friedrich Kiesler, si fa espressione di un futuro arcaico con Gaetano Pesce, viene astratto attraverso la standardizzazione di Hans Hollain, definendosi in prototipi e visioni con Archizoom.

Nelle visioni urbane c'è  un approccio critico che profetizza la perdita d'identità della città contemporanea e del rapporto tra artificio e natura. Con Archizoom si immaginano città teoricamente infinite, con Superstudio l'abitare diventa una sorta di nomadismo ludico, con le strutture gonfiabili di Ufo si porta scompiglio in una città immobilizzata come Firenze, con le bolle di Hans Raicker-Ro lo spazio diventa metafora di una incompatibilità fra realtà urbana e vita ecologicamente sana. Come se fosse prossima una crisi totale, immaginando che potesse azzerarsi il progresso tecnico e tecnologico raggiunto, ci si ingegna per assicurarsi la sopravvivenza: Autarchia come reazione simbolica ad un mondo in cui si sono perse le conoscenze elementari ed indispensabili.

Si sviluppano attività editoriali interessanti con veri e propri manuali di sopravvivenza che, al di là di ogni idealizzazione, hanno il semplice scopo pratico di insegnare a costruire per essere autosufficienti e non dipendere dal mercato. (Survival scrapbook n°3, The Robin Hood Handbook, Whole Heart Catalog, Pianeta Fresco) "E' impensabile un sistema in cui chi utilizza un getto non sappia come, da chi e dove sia stato costruito, e non sia in grado di ripararlo nel caso si rompa". Si definisce una sorta di AUTARCHIA LOCALE DEL DESIGN concepito, prodotto ed utilizzato in  uno specifico luogo unicamente con risorse e materiali locali.

L'esperienza del Global Tools matura in questo generale fertile, sovversivo, radicale humus culturale cercando di racchiudere esperienze autoriali individuali in dipartimenti comuni: dalle discussioni del Seminario autunnale (autunno 1974) si definisce il programma della scuola che si organizza in dipartimenti e gruppi di lavoro: Corpo, comunicazione, costruzione, sopravvivenza.

Sintomatico dell'approccio creativo di quegli anni fu il Seminario intorno al tema "il corpo ed i vincoli" tenutosi nel cortile di Moscow. "Avevamo comprato un pò di tutto" ricorda Raggi "per realizzare oggetti a funzionalità limitata o anche disfunzionali che impedendo una prestazione ne generassero imprevedibilmente un'altra. A partire dalle riflessioni sul corpo e sul rapporto fra questo e gli altri oggetti, si ragionava su un' eretica ergonomia inversa.

Rispondendo alle curiosità del pubblico presente Raggi conclude sottolineando che se il risultato può essere discutibile, di sicuro il concetto era potentissimo.


 Leggi qui la biografia di Franco Raggi

Mappando la Basilicata

Mappando la Basilicata

I paesaggi immateriali di Antonio Ottomanelli

I paesaggi immateriali di Antonio Ottomanelli