Riuso degli spazi abbandonati - Intervista a Rossella Ferorelli (SMALL)

Riuso degli spazi abbandonati

Intervista a Rossella Ferorelli (SMALL)

 

Nella Open Talk del 23 marzo abbiamo ospitato lo SMALL Lab, uno studio nato a Bari nel 2007 che si configura come un laboratorio permanente e come piattaforma aperta a reti di collaborazione territoriali e globali.

L’acronimo che dà origine al nome SMALL, “Soft Metropolitan Architecture and Landscape Lab”, identifica un’approssimazione progressiva e “morbida” al design, partendo dai campi periferici della disciplina, con un orientamento preferenziale alle componenti immateriali – software – dei territori.

Rossella Ferorelli, partner dello studio, ha presentato una serie di progetti che descrivono il loro approccio multidisciplinare e le tematiche principali su cui si concentrano. Il laboratorio indaga sulla condizione urbana contemporanea sia attraverso il progetto di architettura, sia attraverso forme di ricerca parallele, ibridando la pratica curatoriale con l’editoria indipendente e la sperimentazione in ambito accademico.

Tra i progetti presentati c’erano il festival Conversion+ che sin dalla prima edizione del 2012 ha come tema il riuso e la riattivazione di paesaggi urbani in stato di abbandono e propone una serie di workshop, sopralluoghi, ricerche, conferenze e mostre dando origine ad una piattaforma destinata alla condivisione di informazioni relative al tema del riuso in architettura; la riqualificazione del quartiere Libertà di Bari attivata attraverso una serie di interventi puntuali nel tessuto urbano di cui fa parte il progetto dello Spazio13, una scuola media abbandonata che è stata trasformata in una scuola di pratiche innovative e fucina creativa di idee ed eventi; l’installazione Publio è pensata come una attività curatoriale finalizzata alla ricerca del significato di spazi pubblici e delle dinamiche che li regolano attraverso una selezione di testi relativi al tema degli spazi pubblici.

Dopo la presentazione del lavoro di SMALL Lab abbiamo posto una serie di domande a Rossella Ferorelli per approfondire argomenti specifici particolarmente interessanti per noi della Open Design School.

Da dove nasce l’esigenza di occuparsi di spazi abbandonati?

È una storia di convergenze astrali tra la situazione economica globale e il nostro sguardo specifico sui territori. I primi ragionamenti che abbiamo fatto sul tema sono cominciati intorno al 2010-2011, nel pieno abisso della crisi finanziaria e all'inizio della nostra storia come collettivo di 4 soci. Complice la flessione del mercato della costruzione (e quindi della disponibilità di commesse "tradizionali"), abbiamo preso a osservare l'apparente discrepanza tra l'espansione delle città e la contrazione degli usi e dell'abitare che in molte di esse si stava verificando. Ci è subito parsa la causa della trasformazione del fenomeno della dismissione e dell'abbandono da dinamica di larga scala a questione diffusa, sottile, quasi invisibile ma dirompente.  E da lì è nata la necessità di capire più a fondo, e in seguito di mostrare, e di tentare persino di dare qualche risposta.

 

I vostri progetti si presentano come il risultato di un processo di ricerca, che ruolo ricopre la ricerca storica nella lettura ed analisi di un edificio/quartiere e nelle soluzioni che proponete?

Dipende dal caso: ogni progetto è diverso, un vero e proprio ricominciare non solo nel lavoro sulle soluzioni, ma anche nell'impostazione delle domande e del metodo. In alcuni casi la ricerca storica è fondamentale. Può esserlo senz'altro nei casi di abbandono, anche solo per risalire alle vicende che lo hanno causato, e in ogni caso per interpretare bene uno spazio o un oggetto. In generale noi osserviamo moltissimo i tessuti urbani, per capire l'origine delle dinamiche in atto al momento dell'azione del progetto, e per poter distinguere e comprendere a fondo fenomeni "strutturali" che caratterizzano gli spazi e i loro usi e potrebbero essere valorizzati e agevolati, e non confonderli con contingenze dovute a condizioni transitorie, talvolta patologiche, su cui è necessario agire con la trasformazione senza indulgere nella nostalgia. Infine c'è la collezione dei riferimenti e delle ispirazioni e, in quel caso, alla ricerca storica si affianca una ricerca emotiva, la costruzione di un immaginario che dia senso al progetto al di là della serie di azioni che esso comporta. Quello è il momento in cui ribalti tutti i presupposti. Infine c'è la collezione dei riferimenti e delle ispirazioni e, in quel caso, alla ricerca storica si affianca una ricerca emotiva, la costruzione di un immaginario che dia senso al progetto al di là della serie di azioni che esso comporta. Quello è il momento in cui ribalti tutti i presupposti e inizia la fase di immedesimazione. È un momento immersivo e imprevedibile, in cui, a tutto il lavoro "scientifico" che hai portato avanti fino a quel momento, si sovrappone l'intuito e la sensibilità dei progettisti. Una cosa che spesso viene considerata "oscena", perché largamente arbitraria e autoriale, ma che invece è una componente fondamentale del progetto, quella che lo rende una storia ogni volta irripetibile.

 

Il vostro progetto di riqualificazione del quartiere Libertà di Bari potrebbe essere considerato un un esempio di progettazione partecipata?

Domanda importante, risposta non semplice. Quando parliamo di progettazione partecipata, cosa abbiamo in mente esattamente? Un lavoro strutturato, istituzionale, che parte dalle amministrazioni? Se è così, nei casi di riqualificazione che vi abbiamo mostrato un simile processo purtroppo non è stato costruito a monte. Interessante a questo punto è chiedersi quale ruolo abbia il progettista in simili condizioni: in quel caso, pur non essendo stata avviata la vera e propria "macchina" della partecipazione, nel nostro piccolo abbiamo consultato il quartiere, a partire soprattutto dalle scuole che si affacciano su parte degli spazi che appartengono al progetto, per pensare un progetto che risponda anche alle necessità di quella fascia di età.  E poi, credendo fortemente nel valore aggregativo del gioco, per immaginare dei playground urbani abbiamo avviato un dialogo informale con le comunità di skaters e di pattinatori di Bari, per disegnare degli spazi sicuri, alla portata di tutti, in cui divertirsi insieme a inventare la città. 

 

Pensate che la progettazione di nuovi spazi pubblici debba essere pensata in relazione alle nuove tecnologie digitali?

Certo, come qualsiasi altra cosa. I fenomeni socio-spaziali legati al digitale sono uno dei temi principali della nostra ricerca, e lo spazio pubblico, per la sua potenza simbolica e la sua rilevanza politica, sono l'ambito in cui in questi ultimi anni ci siamo concentrati di più. Come si trasformano i margini tra la vita pubblica e quella intima delle città, grazie al digitale? Per noi è una domanda assolutamente centrale in quest'epoca storica. Quello che abbiamo osservato è che, nonostante questi margini siano un campo di negoziazione continua, perennemente in discussione, resta certo che lo spazio pubblico può assumere una funzione infrastrutturale, ovvero "abilitante". Quello dell'accesso all'informazione globale, a nostro avviso, sta diventando un nuovo diritto umano inalienabile. Lo spazio pubblico, per dirsi vero e proprio bene comune, deve garantire e difendere questo diritto, ora che la tecnologia lo permette. Ci siamo inventati anche una parola per questa caratteristica: "accessività".

Quali sono gli stimoli e gli ostacoli che incontrate praticando nel contesto urbano di Bari?

Lavorare al Sud, come ben sappiamo, può essere difficile. Il problema principale è che, vero o no che sia, la percezione è quella di una "povertà" diffusa, che genera paura e costringe a una guerra di tutti contro tutti per le risorse disponibili. Che alle volte poi non sono nemmeno così poche. Manca una cultura della cooperazione che occorrerebbe instillare da subito, a partire dai più piccoli e poi, dal punto di vista istituzionale, premiando le sinergie e le alleanze e scongiurando quindi gli atomismi e la competizione al ribasso che talvolta si attiva. E poi bisogna abituare la cittadinanza a chiedere, anzi a esigere, ad avere ambizione e quindi a premiare chi ha visione. Lavorare con le comunità è bello quando si riesce a convincersi tutti che le cose buone sono possibili. D'altro canto Bari in questo se la sta cavando bene. Ci sono tante realtà interessanti e soprattutto, oggi, un'amministrazione sensibile, forse anche perché giovane e di cultura internazionale. Per chi si occupa di progetto, dove lavorare non è questione da poco. Quando puoi farlo nella e per la tua terra, tutto quello che ottieni ha un valore infinitamente più alto.

Descrivendo il vostro progetto Publio è emersa la difficoltà di individuare una letteratura italiana che si occupi di spazi pubblici. Questa lacuna di cui avete parlato si riferisce ad una manualistica finalizzata ad interventi in spazi pubblici o di letteratura teorica e storica? 

In verità a entrambe le cose. Lavorare sullo spazio pubblico è interessante anche perché, persino dal punto di vista disciplinare, è un po' la terra di nessuno. Gli architetti la snobbano, gli urbanisti la sorvolano, e quindi anche la letteratura è difficilmente categorizzabile. Chi si prende cura dello spazio pubblico? Che tipo di professione è quella di chi vuole progettarlo? Non è chiaro, ed è proprio questo che ce lo rende tanto affascinante: perché è ambiguo, sfugge al controllo e alla perfetta prefigurazione. Lavorarci è difficilissimo perché si rischia sempre di ingabbiarlo in configurazioni troppo statiche, incapaci di interpretare il dinamismo della vita collettiva. D'altra parte non trattarlo come oggetto di progetto equivale a condannarlo al degrado, e uno spazio pubblico degradato è una vera e propria bomba urbana, in grado di innescare spirali di decadimento che dal fisico passano immediatamente al sociale e all'economico.  Ecco quanto è delicato e importante dedicarcisi, ed ecco perché vogliamo studiare il più possibile, scambiare idee e raccogliere una biblioteca di ricerche e storie insieme a tutti quelli che ci si sono scontrati. Anche con voi, naturalmente!

 


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Sir. David Adjaye alla Milano Design Week 

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